giovedì 22 gennaio 2015

Di nuovi incontri e dell'ennesima sorpresa.Burgos.29 settembre.

Mi stiracchio nel letto con suoni secchi delle mie ossa che si rimettono in posizione.Oggi non ci muoviamo, penso subito, e rimango a guardare il soffitto per un tempo indefinito, finchè Paul bussa alla nostra porta per controllare se siamo svegli o meno.
Luca ovviamente no.
Ci prepariamo con calma, una calma che non mi soddisfa dato che ho terminato di lasciare posti per raggiungerne altri, però sono, in qualche modo, sereno.Il cammino mi ha insegnato che bisogna accettare quello che viene, non passivamente ma, appunto, serenamente.Sapevo che mi sarei fermato e immaginavo che avrei dovuto farlo lasciando andare delle persone a cui sarei stato legato, quindi è giusto così.
Usciamo dall'ostello per fare colazione al bar sotto di esso, anche qui ce la prendiamo comoda e, una volta terminata, io e Luca ci mettiamo fuori a fumare una sigaretta guardando passare la vita normale di una mattina qualunque a Burgos.Persone dirette a lavoro, ragazzi che vanno a scuola e ragazze strette in leggins che richiamano i nostri sguardi sul loro lato B.
Quando anche gli altri si sono rifocillati ci mettiamo in contatto con Francesca per andare a prendere subito i posti in uno dei tre albergue.Il municipale non accetta persone che abbiano già pernottato una notte, tranne per casi medici, quindi andiamo direttamente a uno poco distante, da sedici posti letto e al centro della città.Il tizio che ci accoglie ci chiede cinque euro e si mette a cantare una canzone di Julio Iglesias con la chitarra.Il posto è al secondo piano di un edificio dove sotto c'è una piccola chiesa, lasciamo i nostri zaini vicino ai letti e poi usciamo per due passi nella mattinata spagnola.
Questa è una gran bella città e ricordo perfettamente i posti che ho visto nel 2005, quando seguii il cammino in auto insieme a una persona, fu un viaggio speciale, che contribuì a rafforzare il desiderio che già avevo di farlo, prima o poi, a piedi.
Il poi è giunto, e quando l'ho deciso è stato inaspettato, avrei potuto farlo negli anni precedenti, ma giungo alla conclusione che le cose arrivano nel momento che devono e vanno via altrettanto.
Mentre viaggio con i miei pensieri ci avviciniamo alla piazza della cattedrale, le vie intorno brulicano di turisti, abitanti e, naturalmente, di pellegrini.Si riconoscono immediatamente, con le loro andature zoppicanti che non intaccano i loro sguardi contenti.
Entro in un negozio di souvenir e inizio a fare compere per gli amici che sono a casa, alle mie nipoti, che non vedo l'ora di riabbracciare, avevo già preso un paio di orecchini per entrambe nella giornata di Pamplona, Quel pomeriggio ero in giro con Francesca, come oggi del resto, ed ho quella strana sensazione che sia passato tanto di quel tempo insieme al fatto che, invece, sembra ieri.
Scelgo con cura quello che devo portare alle persone a casa, poi raggiungo gli altri che mi attendono nella piazza antistante la cattedrale.
Ieri siamo arrivati che l'aria era ancora umida di pioggia, oggi invece c'è un sole timido ma fa bene il suo lavoro.Lo penso quando alzo il naso verso le guglie di questa costruzione gotica che sembra il centro da cui parte tutta la città, i suoi marmi si innalzano e piegano come rami lavorati verso il cielo.Mi fermo ad osservare la punta estrema di una delle guglie, osservo i suoi gargoyle e le statue scolpite in bilico verso il precipizio sottostante.
Quando abbasso gli occhi, ho una visuale più terrena, dato che incrocio lo sguardo di una ragazza che riconosco subito.Si chiama Melody  e ci siam visti, per la prima e unica volta da quando ho iniziato il cammino, nel rifugio a metà strada della prima tappa, quella che portava a Roncisvalle.Ero ancora con Pierpaolo, avevo già incontrato Mike e iniziavo ad odiare i caffè spagnoli.
Lei sarebbe rimasta nel rifugio per quella notte, la schiena non le permetteva di andare avanti e, quando la vedo, sono contento che sia arrivata fin qui.
Ci salutiamo con un abbraccio, poi mi presenta due ragazzi di Trieste, Matteo e Paolo, che fanno molto Apostoli come nome ma, in realtà, scoprirò che hanno i miei stessi vizi per cui la santità ci sarà preclusa.
Con loro ci sono anche Didie, un ragazzo di Torino che suona l'ukulele e Lucilla, in cammino con la madre.
Ogni volta che conosco un gruppo di persone, mi stupisco di come possa esser eterogeneo nella diversità di vite di ognuno.
Ad ogni modo, dopo una suonata di ukulele e due chiacchiere, ci dirigiamo verso una delle panchine nella piazza della cattedrale per una birra e qualche impressione sul cammino.I momenti passano via in fretta, arrivano altri pellegrini che, in un modo o nell'altro, qualcuno di noi ha conosciuto fin'ora, poi, all'improvviso, sento bussare alle mie spalle mentre sono impegnato in un discorso qualunque e, se non erro, dicendo qualche minchiata.
Quando mi giro, la prima cosa che penso è che il cammino mi ha voluto fare un ultimo regalo prima di lasciarmi tornare a casa, poi dico tutt'altro.

MACHECCAZZOCIFAIQUIGRANDEMIKEEEEE.

Già, è proprio lui, ancora vestito nel suo nero che dovrebbe farlo sembrare più magro e quel sorriso da ragazzone buono, con le sue vesciche ancora vive e doloranti e il suo inglese reso più duro dall'accento tedesco della sua terra.
Non mi vergogno affatto, ma avevo gli occhi lucidi di felicità quando ci siamo abbracciati, e nemmeno lui pensava di trovarmi ancora lungo questa via.Gli altri sorridono quando mi volto verso di loro, non sapevano nulla ma l'avevano visto arrivare alle mie spalle qualche attimo prima e hanno lasciato che la sorpresa fosse completa e inaspettata.
Gli chiedo di raccontarmi tutto, di quando è arrivato e di quanto si fermerà, di come è arrivato e, sopratutto, con chi ha diviso il cammino.
Risponde alla mia sequenza di domande tra una risata e l'altra, poi mi dice grazie.
Il mio sguardo diviene interrogativo, grazie di cosa, e già penso che la mia MV stia partecipando alla festa ma viene mandata subito via dalla sua spiegazione.
Mi dice che ha avuto momenti duri, che le sue vesciche continuano a sanguinare, che ha dovuto fare qualche tratto in autobus pur non volendo e, un giorno, aprendo il suo marsupio, ha trovato il biglietto che gli lasciai la mattina a Zubiri, poco prima dell'inizio della terza tappa, quella verso Pamplona.
Go On Mike, Always Go On.
Continua spiegando che, quando l'ha letto, era in uno di quei momenti difficili che assalgono molti pellegrini, quelli in cui puoi pensare di lasciar stare, che forse puoi farlo in più volte e non necessariamente in una sola, poi, quelle poche parole lette in quel momento, gli han dato la voglia e la spinta di continuare.
Non riesco a trovare qualcosa da dire, riesco solo ad abbracciarlo e dire grazie a mia volta, e non so chi sto ringraziando se lui per avermi dato modo di conoscerlo, se qualcuno più in alto, se il cammino, se la mia volontà o semplicemente la carta che ha mantenuto quelle parole al sicuro.
Dopo questa botta di energia positiva dico che dobbiamo assolutamente mangiare tutti insieme a pranzo, e optiamo per un posto dove ci fanno ottimi hamburger, poi lui torna nel suo albergo, dove può riposare in una stanza privata e senza confusione, rimanendo d'accordo che la sera ci troveremo ancora, dato che sarà la mia ultima in mezzo a questo gruppo strampalato di persone che si sono trovate e accolte lungo una strada.
Il pomeriggio scorre via tra una dormita e incombenze varie, tra cui stampare la carta d'imbarco per il volo di ritorno e controllare i mezzi per raggiugere Bordeaux tra tre giorni.
Nel frattempo ci accorgiamo che i letti prenotati non sono i nostri, o almeno non tutti.Su quello dell'irlandese c'è sistemato un tizio che si porta dietro un apparecchio per aiutarlo a respirare.Una cosa grossa, tipo uno zaino, ma non indago oltre.Se fosse successo in una delle prime tappe, probabilmente avrei attaccato bottone e cercato di capire come facesse a fare il cammino in quelle condizioni, adesso non lo trovo adeguato.
Su altri due letti invece, ci sono pellegrini che non ho visto mai.La soluzione sarebbe di dormire in terra su due materassi e io mi propongo, dato che non dovrò camminare l'indomani.Gli altri due che saranno a livello suolo sono Francesca e Luca.
Quando, in stile Nick Carter, scendono le prime ombre della sera, cerchiamo di radunarci tutti per andare in un bar dove fanno una paella niente male.Troviamo, con messaggi vari, ognuno di noi che nel frattempo si era dedicato a un giro in città, a riposare oppure a leggere da qualche parte.
Tutti tranne Jo.
Dove cazzo sta l'irlandese che ha un telefono dell'epoca Cavouriana ed è nemico della tecnologia?
Non riusciamo a trovarlo per tutta la serata, benchè io, durante la cena, esca più volte a fare un giro nei dintorni, sbirciando in ogni locale che serva una birra.
Al ritorno all'albergue lo troviamo seduto nel bar sotto allo stesso, impegnato a consumare l'ennesima bionda.Dice che a un certo punto non ci ha più visto e non sapeva dove fossimo andati, non faccio vedere il dispiacere nel non aver mangiato insieme questa sera, ma gli propongo di fumare una sigaretta prima di andare a dormire.
Quando saliamo nell'albergue, le luci sono ancora accese, il trambusto leggero di chi si prepara per la notte è il rumore di sottofondo, insieme a lievissimi suoni provenienti dai cellulari di due coreani che per tutto il giorno sono stati sul letto a trafficarci sopra.
Dopo una lavata di denti mi accingo a prender posto sopra i due materassi sdraiati in terra, con Francesca nel mezzo e Luca dall'altro lato. ognuno imbozzolato nel suo sacco a pelo.C'è anche Didie, sistemato su uno stuoino e incastrato tra un tavolo e la parete, ridiamo entrambi per la sistemazione ma in questa esperienza ci si adatta a tutto.
Le luci vengono spente poco dopo il passaggio dell'hospitalero che ci augura la buonanotte e ricorda di riposare per via della camminata dell'indomani.Nel silenzio interrotto dalla ricerca della miglior posizione per dormire, io chiedo a Didie di suonare qualcosa con l'ukulele.
"Ma sarà il caso Fà?"
"Suona Didie, nessuno romperà le palle, fidati"
Francesca si accoccola sulla mia spalla, mentre io rimango a fissare il soffitto striato dal bagliore esterno che filtra dalle finestre socchiuse e Didie inizia a suonare.
Una di quelle melodie dal peso di una farfalla, note che sfiorano pianissimo l'udito, sonorità dai colori pastello, questa è la musica che quel piccolo strumento manda in giro per questa camerata da sedici letti.
Prima di addormentarmi penso che, dopo quella di mia madre, questa sia stata la miglior ninnananna della mia vita.

On air




domenica 4 gennaio 2015

L'arrivo nella città del Cid, un'altra notte in meno.Da Ages a Burgos.28 settembre.

La luce filtra dalle imposte con discrezione quando suona la sveglia che ci avvisa di un nuovo giorno.
Prepariamo le nostre cose, nella penombra della camerata, in una sequenza di movimenti ormai automatica.Togli il sacco a pelo dal letto, ripiegalo e lascialo fuori che sarà l'ultima cosa da sistemare sullo zaino, guarda fuori dalla finestra per dare uno sguardo al cielo e capire cosa ti darà oggi.Nuvole, niente pioggia ma nuvole chiare, almeno di mattina.Indossa quello che ritieni opportuno per l'aria mattutina e dai una sciacquata al viso e alla bocca, fai un rapido check per controllare di non dimenticare nulla (nel frattempo sento il vago sorridere della mia MV), esci e dirigiti al bar per una colazione che serve a riaprire bene gli occhi e a girar la chiave di questo motore, due semplici gambe, che ti ha portato fin qui.
Dopo il caffè (mi ostino ancora a usare questo termine), una sigaretta che serve ad attendere gli altri.Nel frattempo mi avvicino anche al gruppo d'italiani, quello di Jacopo e Alessandra, e Chiara mi restituisce il bastone dicendo che ha trovato un paio di stick tecnici e comunque oggi spediranno gli zaini con il servizio che li porta da una tappa all'altra, camminando così senza peso sulle spalle.
Non amo molto questo metodo, ma non sono nessuno per giudicare come ognuno decide di fare il suo Cammino, anche se, volendo, si potrebbe ragionare all'infinito su queste scelte.
Ad ogni modo gli altri sono pronti a prendere il via per quella che sarà, del mio cammino, l'ultima tappa.Avevo già deciso, da prima di partire e considerando i giorni che avevo a disposizione, di raggiungere Burgos e fermarmi, per poi continuare l'anno successivo.In verità non sapevo nemmeno dove sarei arrivato, considerando che ogni cosa di questa esperienza è stata nuova per me.
Ci mettiamo in marcia uscendo lentamente dal piccolo paese di Ages e seguendo la strada asfaltata su cui, dopo nemmeno tre km, si poggia il piccolo centro di Atapuerca, un posto dove è stato rinvenuto uno dei più antichi siti preistorici e diventato patrimonio dell'Unesco.Deve essere una bella responsabilità per i circa duecento abitanti che vivono qui.
Pare che ci sia il parco archeologico da poter visitare, ma quando si cammina si tende ad andare avanti e comunque gli orari sono molto variabili, considerando poi questa mattinata domenicale dove non vediamo anima viva in giro, decidiamo di continuare senza fare pause troppo premature.
A Burgos ci attende anche Francesca, che si è fermata per noi, dato che Antonio, lo spagnolo, è rientrato anche lui a casa, e poi, dirà, mi mancavate tanto.Anche tu piccola bresciana, e non solo per le meravigliose lavatrici e l'ottimo bagnoschiuma che ha salvato tante volte la mia pelle.
A fianco ci sfila un campo di girasoli e notiamo che molti sono stati "lavorati" da chi è passato prima di noi.Su quelle facce di semi e capelli di petali sono stati incisi sorrisi e scritte di Buen Camino, insieme a nomi di passi ormai passati.Io e Paul facciamo qualche foto prima di allontanarci dalla strada asfaltata per iniziare uno strappo in salita con il fondo che cambia ancora, ora è roccia e sassi che sembrano saldati nella terra, spigoli di pietra che danno fastidio quando si cammina, mentre di lato, al posto dei girasoli, c'è una cortina di filo spinato, rugginoso ricordo della guerra civile.
La salita termina quando si apre una radura su questo altopiano che ci fa fermare per una pausa, a poche decine di metri c'è una croce enorme, con migliaia di sassi alla sua base, ognuno lasciato da qualcuno che è passato.
Mi tolgo lo zaino, oggi è la mia ultima tappa e questo mi sembra il luogo migliore per fare quella cosa che ho promesso al telefono nella notte di Pamplona.
Ho già preparato un biglietto con le parole adatte un paio di giorni prima, anche gli altri sanno di cosa si tratta e se ne stanno in disparte senza dire nulla.
Faccio un video dove mostro quel che vedo e dico quel che sento in merito alla questione, un paio di minuti scarsi, in cui cerco di mettere tutta l'energia positiva che posso avere perchè il problema della persona con cui ho parlato si risolva nel modo migliore.
Poi riprendiamo gli zaini e ripartiamo.
Per poco, molto poco.
A qualche decina di metri da questa croce, apparecchiata sulla terra come un tappeto, c'è una spirale enorme formata sempre da piccoli sassi, fatta dai pellegrini che ci hanno preceduto e comprendiamo che si può percorrere arrivando fino al suo centro.Sembra una galassia strappata al cielo, e noi piccoli pianeti dalle orbite sempre più strette, sfocati nella foschia del mattino che inizia a diradare.
Io aggiungo anche un altro sasso, per i miei amici e per le persone a cui voglio bene, mi piace pensare che qualcosa del mio mondo possa rimarere li, nel mezzo della campagna spagnola.
Intanto Jo prende la prima posizione e va avanti, noialtri quattro lo seguiamo una decina di minuti dopo, che tradotto in distanza vuol dire circa 400 metri indietro.
Proseguiamo ora iniziando a scendere e, in lontananza, svariata lontananza aggiungo, intravediamo Burgos.Evito di pensarci e con Joao iniziamo a chiacchierare del più e del meno, poi seguiamo una deviazione verso sinistra che ci porta in un agglomerato di case dove ci fermiamo a mangiare qualcosa che abbiamo portato dal giorno prima.Joao si fa un gran panino con la carne della sera prima che non avevo mangiato, dice che non si deve buttare nulla del cibo e ha ragione.Ma cazzo, una carne cucinata e fredda è da gulag sovietico.
Di Jo nessuna traccia, ma siamo sicuri che lo ribecchiamo ad attenderci da qualche parte.Oggi cerchiamo di stare più insieme, dato che è il mio ultimo giorno di cammino.Infatti eccolo qui, seduto ad un bar del paese successivo, dove io mi sparo una birra e un tramezzino doppio per soli 3 euro in totale, dato che la pausa precedente non mi aveva soddisfatto molto riguardo l'appetito.
Il tempo di una sigaretta e di nuovo in marcia, nel mentre dico agli altri che la tipa di ieri, la spagnola in mezzo alla pineta enorme, mi ha suggerito di non seguire il percorso principale una volta arrivati a un certo paese ma di girare per uno alternativo, così non faremo tutta la zona industriale di Burgos.
Bene, il problema è uno solo.
Come minchia si chiama quel paese?Ennesima vittoria della mia MV.
Fortunatamente ricordo che ci sono degli edifici bianchi, una volta strutture militari, da prendere come riferimento e quindi ci ritroviamo a fiancheggiare la rete metallica dell'aeroporto di Burgos.Joao mi dice che l'anno prossimo potrei atterrare qui direttamente, io annuisco con una faccia leggermente triste.
Arrivati a Castanares io e Jo vediamo una freccia dipinta su un semaforo che dice di girare a sinistra, mentre Paul e Joao, poco più avanti di noi, hanno preso quella del cammino originario e sono andati dritti.
Luca fa una corsa a richiamarli mentre io e l'irlandese attendiamo su una panchina poi, tutti insieme, seguiamo la nuova via.
Di sicuro è migliore dato che ci fa passare in mezzo ai boschi e, dopo qualche centinaio di metri, inizia a farci seguire un piccolo fiume, il Rio Arlanzon (fottiti MV, google maps è tuo nemico).
Bello, ma inizio a sentire male alle gambe e alla schiena, a dire il vero siamo tutti un po' stanchi, sebbene non siano stati tanti i km finora.
Comunque si continua, dato che vogliamo arrivare in città abbastanza presto per trovare i letti dove dorme Francesca e, guardando l'ora, dico agli altri che non stiamo messi male come tabella di marcia.
Il sentiero che seguiamo è usato anche da biciclette da cross, come testimoniano i vari cartelli e, sopratutto, i dossi che superiamo.A un certo punto incontriamo una signora con il suo cane, le domandiamo quanto dista Burgos e lei ci dice che siamo praticamente arrivati, che mancheranno solo due o tre km.
Vaffanculo a me che ripongo speranze nel senso di distanza e orientamento di una donna, dato che dopo quasi un'ora stiamo ancora camminando e, nel frattempo, siamo arrivati a un viale, sempre di fianco al Rio, che dura un'eternità.Sono stanco e il dolore alle gambe, dietro ad esser precisi, non mi abbandona, anzi aumenta, costringendomi a fermare più volte lungo questa linea d'alberi e acqua.
Ma l'acqua non sta solo in terra, e quella che sta in cielo decide di farci una visita per una ventina di minuti buoni, quindi in fretta e furia tirare fuori dallo zaino tutto il necessario per non diventare zuppi.
Però ci siamo, finalmente ci siamo, quando iniziamo a vedere il via vai di auto e, sopra i tetti, in mezzo alla città, le guglie della cattedrale.
Entriamo nel centro storico passando sotto una porta incastonata in un proliferare di statue e figure in marmo, e ci fermiamo venti metri dopo.Alla nostra sinistra un bar ha un cartello esposto "caña 1 euro" e quindi lo stop, sopratutto da parte di Luca e Jo, è immediato.
Praticamente birra a un euro, dice il cartello e la caña sarebbe una birra piccola.
Guardo l'ora, sono le quindici e dico che va bene, siamo in un orario giusto per fermarci un attimo, tanto dobbiamo attendere Francesca, cui nel frattempo abbiamo dato le coordinate per trovarci, e perciò ci sediamo.
Grave errore.
Molto grave errore e tra poco capiremo perchè, ma intanto arriva la bresciana ed è una gran bella cosa riabbracciarla dopo questi giorni camminati senza i suoi modi di dire ad minchiam.Ci raccontiamo quello che è successo quando non eravamo insieme, ognuno tira fuori un argomento o un episodio, ogni tre parole un abbraccio, perchè ci siamo mancati davvero.
Tornando all'errore, è molto grave non tanto perchè la birra a un euro era per chi la prendeva al bancone e non all'aperto comodamente seduto, ma perchè facciamo le sedici e quando arriviamo all'albergue municipal, il quale ha centocinquanta posti letto, è tutto pieno.
Bene, molto bene, allora andiamo a cercare negli altri due della città, ma niente, letti pieni di pellegrini anche lì.Dopo una decina di minuti che giriamo a vuoto, Luca becca un tizio, o meglio il tizio becca Luca, che fa da promotore per un ostello.Il tizio avrà almeno 20 anni più di me, non è proprio un'età da ostello, però lo seguiamo e troviamo questo posto che ci chiede quattordici euro a persona per due camere, una da tre e una da due, con bagno e tutto, oltre al fatto che non abbiamo orario di rientro.Con la stessa cifra avremmo dormito quasi tre notti negli albergue, ma va bene, abbiamo anche bisogno di riposare e accettiamo.
Prendiamo possesso delle camere così suddivisi, io Genova e Irlanda in una, e Portogallo e Spagna nell'altra.
Dormita pomeridiana di un'oretta e mezza, che dopo una doccia ci sta tutta, indi ci rivediamo con la bresciana per la cena consumata in un locale dove danno il classico menù del pellegrino.Io ho la malaugurata idea di chiedere un piatto di spaghetti con il sugo, e ripeto tre volte, no dico tre volte eh, non una sola, al cameriere di farmeli fare al dente.
Fabio, perchè pensi che la sublime arte della pasta debba per forza essere conosciuta in tutto il mondo?
Questa è la domanda che mi pongo quando arriva il mio piatto ma, fondamentalmente, sticazzi dato che ho fame e lo spazzolo in breve tempo.Quando mi appoggio fuori per una sigaretta, non volendo ascolto dei discorsi di italiani, due o tre coppie sulla mezza età, appena arrivati con auto proprie e che si fermano a dormire nell'albergo davanti a questo locale, il quale ha più stelle della costellazione di Orione.
Vedere queste persone, che si lamentano pure per non so quale futile motivo, avere degli zaini con la conchiglia e al tempo stesso indossare vestiti e giacche firmate, sapendo oltretutto che non hanno fatto un passo a piedi, mi fa venire voglia di alzare la mano e chiedere la parola.Evito, perchè alla fine non ho ripercussioni negative sul mio cammino dal loro modo di essere, ma la parola sarebbe stata una sola.
VAFFANCULO.
Paghiamo il conto, poi sono tutti d'accordo nel fermarsi una notte in più a Burgos per stare ancora un giorno con me, quindi accompagniamo la bresciana all'albergue per via dell'orario di rientro e noi cinque ci concediamo un giro notturno per la città.Ovviamente finisce dentro un locale dove prendiamo due birre a testa, Joao strimpella una chitarra che il gestore ci presta e poi, con una sorta di malinconica euforia ci dirigiamo verso l'ostello di questa notte nella città del Cid Campeador.
Ci addormentiamo subito, e io penso che questa cosa meravigliosa stia davvero giungendo al termine.
Ma no, non ancora.


On air





martedì 23 dicembre 2014

Tra gli alberi, la voglia di continuare.Da Belorado ad Ages.27 settembre.

La  giornata si presenta bene, anche oggi sarà un buon tempo per camminare.Quando penso queste cose sto facendo due foto alla piscina che il giorno prima ci ha visti distesi sui lettini come crotali al sole, solo che noi, al posto della coda, facevamo tintinnare i bicchieri di birra.
Abbiamo da poco fatto colazione nel bar dell'albergue, un cornetto decente e un caffè molto meno, poi, tutti insieme, partiamo alla volta di questo nuovo tramonto che ci attende svariati km più ad ovest.Tutti insieme un par di palle aggiungo, dato che dopo poco mi trovo davanti agli altri, incrociando Olga, la spagnola che ha dato la pietra a Luca, che sta aspettando il bus per tornare indietro.Mi dice che non sto andando nella direzione giusta, che devo svoltare a destra e poi a sinistra e mi troverò lungo il cammino.Bene, ecco perchè mi trovo davanti agli altri, semplicemente perchè sono dietro gli altri.Poco male, mi sento bene e non farò fatica a riprenderli ma, nel frattempo, raggiungo Chiara e il suo ginocchio altalenante.Cammina con un bastone di quelli tecnici, uno solo perchè non è il suo, l'ha trovato nell'albergue del giorno prima.Le suggerisco di usarne due e le porgo il mio, quello che mi accompagna dai Pirenei, so che prima o poi dovrò lasciarlo e non posso portarlo a casa come ricordo, causa restrizioni aeree e surplus non indifferente di biglietto.Quindi, se può esser utile a qualcuno, le dico, mi fa piacere, tanto domani dovrei essere a Burgos, meta finale, per quest'anno, del mio cammino.
Dopo qualche Km ci fermiamo, insieme agli altri che ho raggiunto, su una panchina addossata al muro di una vecchia chiesa.Joao fa lo stordito con qualche movimento per sciogliere le gambe e io gli appioppo un paio di foto da ricatto.Per l'occasione faccio anche una pisciatina che tenevo da quando siamo partiti.
Insomma che si fa, ripartiamo?
Si, ripartiamo e i km iniziano a girare lentamente nelle nostre gambe e sotto i nostri piedi, attraversiamo qualche paese e ad Espinosa faccio una foto a una serie di indicazioni su un palo.A Burgos mancano 43 km, a Santiago 531, a Finisterre altri 90 in più.Mi mette, per un attimo, tristezza, quello che sembra una grande distanza, quei 43 km che durante la vita di tutti i giorni si farebbero in auto, che ci si metterebbe una mezz'ora scarsa e magari annoiandosi sperando che finiscano presto, qua sono invece un solo giorno e mezzo di cammino.Un misero altro giorno e mezzo di queste emozioni.Quando guardo il cartello, dopo la foto, vorrei che spostassero le città per allungare ancora questo tempo che invece non annoia mai.Mi chiama Luca e io riprendo a muovere ritmicamente i piedi allontanandomi dal cartello e da quel desiderio.Ancora km durante i quali passiamo davanti alle rovine di quello che era un monastero.Ora rimane solo una sorta di costruzione quadrata che sembra un mozzicone di dente in pietra e della grandezza di un'appartamento da scapoli, dove la tradizione vuole sia sepolto il fondatore di Burgos, tale Conte Diego Rodriguez Porcelos.Beh, non sarà come la Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare ma, come dice il nome, avrà fatto la sua porca figura all'epoca.
Foto di rito anche qui e poi, dopo poco, riattraversiamo per la seconda volta la statale, questa volta seguendola fino a Villafranca Montes de Oca.
Pausa, ovviamente.
In un piccolo alimentari prendo una busta di biscotti fatti a mano poi, nel bar a fianco, dopo un'attesa di circa dieci minuti, causa movimenti da moviola di Biscardi del gestore, riesco a mangiare anche una sorta di cornetto e a bere una sciacquatura tipo vecchia moka.Jo, dal canto suo, non riesce a far di meglio che prendere un caffè con latte (in spagna va molto sta cosa, sarà per mascherare la schifezza del caffè) e un bel pezzo di frittata.
Jo, porcadiquellavaccaputtana, ma come te lo devo dire che non si prende un similcappuccino con roba salata e cucinata?
Ride mentre lo mando a fanculo e scuoto la testa soffocando un conato al pensiero del gusto di una frittata con caffè e latte.
Molto bene, è ora di riprendere il giro giusto e dico agli altri che intanto vado avanti.Dopo una cinquantina di metri mi volto a gridare come solo un italiano sa fare, rivolgendomi a Luca di prendere i biscotti che ho dimenticato sul tavolo, tanto per cambiare.
Lui mi fa un cenno di assenso e qualcosa tipo che li legherà al suo zaino, io annuisco anche se qualcosa, nella sua risposta, mi stona un po'.
Da questo paese si esce passando a fianco di una vecchia chiesa, per poi imboccare una strada sterrata che sale immediatamente.Minchia, ci hanno riportato sui Pirenei e non me ne sono accorto?
No ma sono monti ugualmente, sono i Montes De Oca e da qui per 12 km non ci sarà nulla dove approvvigionarsi.Però è bello, sembra davvero di riprendere da poco prima di Roncisvalle e l'isolamento è quasi totale tra questi boschi di querce lecci e rovere, insieme all'erica e ai ginepri.
Pare che nei secoli passati questi posti siano stati tra i più pericolosi da attraversare durante il cammino, per via dei lupi e dei briganti che assalivano i pellegrini.Mi fa quasi sorridere quando ci si lamenta per una contrattura o una tendinite quando, all'epoca, dovevi fare come la gazzella con il leone in Africa, ogni mattina era una scommessa da vincere, altrimenti ci sarebbe stato ben poco da giocarsi la mattina dopo.
Con questi fugaci pensieri, tra video, foto e una chiacchierata con me stesso, arrivo a un punto panoramico.Uno sguardo a quello che viene offerto dalla natura, un Buen Camino a una coppia e poi riprendo questa salita che sembra addolcirsi leggermente, fino ad arrivare, con un paio di saliscendi, al monumento ai caduti della guerra civile spagnola.
Ci passo accanto in rispettoso silenzio, scattando una foto come memoria di quello che può essere l'uomo quando non è uomo.
Il tragitto continua su questo tratto sterrato che, a un certo punto, si infila in una pineta enorme diventando, lei stessa, larga almeno quanto un'autostrada.Una striscia di terra tra un mare d'alberi.Il sole picchia forte e cerco l'ombra protettiva dei rami per camminare quando, ad un tratto, a poca distanza, un'auto che spara musica nel silenzio dei pini e un ombrellone con un tavolo sotto appaiono come un mezzo miraggio.
Ollallà, anche la tipa che c'è non è affatto male.Mi darà una sedia dove sistemarmi a bere una birra che pago quanto voglio, dato che tutto quello che c'è sul tavolo è a donativo.Acqua, caffè, frutta e quello che serve per andare avanti in questo cammino.Ci rimango una mezz'ora buona, forse più, a chiacchierare con la spagnola che mi dice di aver scelto questo lavoro perchè le dà libertà.Mi suggerisce una strada alternativa per la tappa del giorno dopo e, dopo qualche battuta, afferma, sorridendo, che bisogna stare in guardia dagli Italiani e dai loro modi di fare.Impiego così questo tempo di descanso (riposo in spagnolo, qualcosa l'ho imparata) finchè da Est non vedo arrivare sia Luca che Jo, abbastanza bruciati dal sole e dall'allegria del rasta di due giorni prima.
Mi ricordo anche dei biscotti che avevo dimenticato e, quando Luca mi fa cenno di guardare dietro al suo zaino, capisco perchè la sua risposta mi stonava.Erano biscotti friabili, molto friabili e, nel ritmo del camminare, hanno oscillato troppo.Ora sono lontani parenti di quel che erano, praticamente una polvere di biscotto spappolato dentro una busta di plastica.
Grazie sempre alla mia MV, se potesse farsi un selfie sarebbe con un sorriso da cazzo stampato sul volto.
Insieme agli altri due riprendiamo a camminare finchè questa strada forestale non ci conduce a San Juan De Ortega, dove si potrebbe anche finire la tappa, ma pare che ci sia solo acqua fredda in questo monastero e noi, da fottuti figli dell'occidente, preferiamo tirare avanti fino ad Ages.Ma prima faccio una sosta per ascoltare il francese che abbiamo conosciuto a Los Arcos, quello dell'Inno del corpo sciolto e altre greatest hits mondiali stipate in un tablet.Parte un Bella Ciao che mi riporta, per un istante, alla sera passata a SJPDP.
Finisce l'esibizione e, questo francese che sembra sempre apparire dal nulla durante il cammino, sparirà dalla mia vista per sempre.
Arrivo ad Ages da solo, con il genovese e l'irlandese rimasti indietro a gozzovigliare ancora.Il paese è uno sputo più piccolo di Ventosa, spero solo che ci siano posti, anche perchè il tempo mette nuvole che ingrigiscono tutto insieme a un vento abbastanza fastidioso.
Paul e Joao mi tolgono questo dubbio quando li raggiungo in uno dei tre albergue.Il nostro ha un ingresso che sembra quello di una stalla e la stessa ruralità, ma la camerata è perfetta con solo sei posti per noi cinque, anche se un po' piccola.Una doccia calda lava via un po' di stanchezza poi, rivestito e sbarbato, vado ad attendere i due ritardatari all'entrata del paese.Quando sono a pochi metri da me mi dicono che sembravo un cartello di benvenuto ai pellegrini, tanto stavo immobile a guardarli scendere verso l'abitato.
Durante quel tempo che ci separa dalla cena, mi metto a far due chiacchiere con l'altro gruppo d'italiani i cui volti iniziano a diventare familiari.Bevo un paio di birre con Jacopo e Alessandra mi fa ascoltare una canzone con gli auricolari.Chiudi gli occhi e viaggia, mi suggerisce Jacopo.
Viaggio così bene che devono scrollarmi per farmi alzare dalla sedia dove ero seduto, fuori l'ingresso da uno degli albergue, come fossi una comare del posto a farsi gli affari di tutti.
Dato che non c'è cucina disponibile, andiamo a mangiare nella trattoria dell'albergue, dove facciamo un pasto abbondante e vedo Paul mangiare come un T-rex dopo un ramadan.Andrà a letto subito dopo, con qualche linea di febbre che lo fa chiudere più di quanto non lo sia di suo.
Anche Jo lo segue dopo poco, mentre io,Genova e Portogallo rimaniamo seduti fuori, nella notte spagnola, a cantare accompagnati da una chitarra trovata nell'albergue e suonata da Joao.
Altro giro di birra e poi, infilati nel silenzio di queste vie di paese, ci dirigiamo ai giacigli.Segue una breve disquisizione su chi dorme sopra e chi sotto tra Joao e Luca poi, finalmente, ci lasciamo cadere in un sonno sperduto tra le campagne di una Spagna che domani, mi vedrà camminare per l'ultimo giorno.


On air


venerdì 5 dicembre 2014

Poche parole, molti passi.Da Santo Domingo della Calzada a Belorado.26 settembre.

Altro giro altra corsa, o meglio, altro giorno altra camminata.
Mi sveglio con questo pensiero, anche se non ho la più pallida idea di dove dobbiamo arrivare oggi.
La fonte di allegria della sera prima mi ha spento il cervello appena poggiata la testa sul cuscino e il resto nel sacco a pelo.Irlanda e Genova continueranno anche durante le prossime tappe a usufruire del dono di madre natura, difatti arriveranno sempre per ultimi, io mi astengo durante il camminare, già so che sarebbe un ottimo modo per ritrovarmi almeno una ventina di km fuori dalla via.
In ogni caso, apprendo che oggi vedremo il sole tramontare a Belorado (anticipo che lo faremo in un ottimo modo).
Gambe in spalla quindi e dritti verso Ovest, lungo l'uscita del paese costeggiando la statale che sembra seguirci finché non si stanca, andandosene poi per i fatti suoi, lasciandoci alla terra vera e ai suoi suoni.
Cammino da solo, mischiandomi con visi e passi che non ho mai visto prima.Il motivo è semplice, la notte in più di Logrono ha permesso a chi è partito dopo di noi di raggiungerci. Continuiamo ad andare, in questo falsopiano che lentamente ci condurrà a Burgos e, in questa tappa, lasciamo la Roja per entrare nella Castiglia/Leon, un'altra regione, un'altra faccia di questa camminata di quasi 900 km.
Conosco Carmen, una tipa spagnola che accosto al Flamenco, non so perché, forse per i suoi capelli corvini e lunghi, di certo non per la sua felpa marchiata Ferrari.Cammina piano per via di un problema al ginocchio e, dopo nemmeno un km allungo lasciandola al suo tempo.Da un paio di giorni ho l'umore ballerino, presumo per il fatto che non mi rimanga molto prima di rientrare in Italia e percepisco un filo di malinconia quando ci penso, questa esperienza vorrei non finisse mai.
In ogni caso, pensa qui pensa là, passiamo nel frattempo qualche villaggio di questa tappa e, a Castildelgado, ci ritroviamo con gli altri per una pausa, inoltre apprendo da altri italiani che a Belorado c'è un albergue con piscina.Mecojons, il vero spirito del cammino si fa quattro grasse risate alla nostra decisione assoluta di pernottare lì.
Però dai, per una volta si può fare.
Dopo una colazione riprendo il filo di una strada che muta piano il suo contorno. Non più vigneti infiniti ma campi di grano misti a una buona solitudine. In un posto, di cui non ho letto il nome e quindi la mia MV è giustificata, trovo un albergue molto accogliente, peccato non sia dove vogliamo fermarci, altrimenti fanculo pure alla piscina. È tenuto da una coppia sulla mezza età, donativo in tutto, tanto che puoi prendere frutta e bevande senza pagare.Una tipa italiana mi suggerisce di farmi un giro anche al piano di sopra, per dare uno sguardo alle camerate. Sono deliziose con i loro quattro letti a castello, gli scalini piastrellati di un rosso ocra, l'aria pulita da ogni rumore.Ne abbiamo persi altri, penso mentre faccio due foto, di posti così. Albergue poco conosciuti, situati in villaggi o piccoli paesi che stanno, in genere, in mezzo ai canonici km delle tappe.
Mi guardo intorno, da solo, misurando a vista quelle stanze vuote, con la sensazione strana di dover rifare, prima o poi, tutto il cammino dalla partenza, che sarebbe come rileggere un libro con più attenzione, scovando nuovi angoli di lettura.
Mi scrollo di dosso questo pensiero appoggiato sui se e sui ma per scendere e recuperare zaino, bastone e bottiglia.
Prima di andare lascio due euro per un caffè, ma in fondo credo di farlo come piccola riconoscenza per quel momento al piano superiore.
Esco da quell'angolo di pace per tuffarmi di nuovo sotto un sole che ti piove addosso per quanto scalda.
Dalla fine del paese in poi conoscerò altre due orientali, ma dimenticherò subito il loro nome quando riprendo un passo solitario e silenzioso che mi porterà, per la prima volta, ad arrivare prima degli altri nel primo albergue di Belorado, quello con la piscina per intenderci.
Prenoto e pago per tutti, poi il tipo dice a un altro di accompagnarmi alla mia camerata, situata in un edificio lungo e stretto, dove i bagni sono separati e i letti abbastanza comodi.Vicino a quelli che ho prenotato c'è un tizio tedesco che conobbi a Estella.Una faccia simpatica e rubiconda, un saluto contento da parte di entrambi poi, dopo quella sosta non lo rivedrò più.
Arrivano gli altri che io mi son già fatto un paio di birre con Jacopo, Alessandra, Chiara e Gloria.Fanno parte di quel gruppo di italiani che ci han suggerito questo posto e sono partiti tutti da soli, non conoscendosi, per trovarsi all'aeroporto di Bergamo.
Jacopo e Alessandra hanno iniziato la loro storia così, su un volo che portava alle pendici dei Pirenei.
E insomma, nel frattempo gli altri si sono sistemati quindi con Luca e Jo decidiamo che un pomeriggio in piscina senza altre birre, non è un pomeriggio speso bene.Quindi vai di bionda e anche di quell'allegria rimasta dalla sera prima, con cui coinvolgiamo anche un tedesco di quelli che sembrano usciti dalla Wermacht, tanto ha i capelli a spazzola e gli occhi di ghiaccio.Con lui non intavolo nessun discorso calcistico, ha appena vinto i mondiali, e poi dopo l'allegria si presenta con quattro birre medie da scolare sui lettini sdraiati al sole.
In tutto questo, come sarà l'acqua?
Presto detto, la prossima glaciazione potrebbe iniziare da qui.
Però fa bene alle gambe e ai tendini , quindi provarla avendo cura di fare prima testamento.
Quando il sole si abbassa verso l'orizzonte, lascio tutti per andare a fare una doccia e due stracci di bucato, scoprendo che Paul e João si sono spazzolati tutti i miei biscotti presi la mattina e, quella stessa mattina snobbati da tutti.
Ho una fame da cavernicolo, ma voglio zuccheri, l'allegria ha questo effetto collaterale.
Raggiungo l'ora di cena con la brama da miraggio nel deserto, ma João fa un buon piatto portoghese,  che riempie molto e di cui non ho chiesto nemmeno il nome, tanto non l'avrei ricordato.
Dopo un caffè al bar nell'albergue, lascio Luca a parlare con quella signora spagnola, Olga, fumatrice incallita conosciuta la prima volta durante la terza tappa, quella che ci avrebbe portato a Pamplona.
Gli lascia una pietra viola, che lei avrebbe voluto portare all'Oceano, ma pensa che sia giusto darla a lui, soprattutto dopo che ha descritto l'amico di Luca morto per cirrosi senza averlo mai visto.
Lei sa. Cosi mi dice Luca, mostrandomi la pietra che, da quel giorno in poi, è rimasta nella sua mano durante il cammino.
A letto cerco di sedurre la mia MV cercando di ricordare tutto quello che ho vissuto finora, ma la stanchezza è sua alleata, l'ultimo pensiero è quello che ho ancora due giorni per camminare prima di raggiungere Burgos.


On air








mercoledì 19 novembre 2014

O' sole mio mette allegria, ma la natura ancora di più. Da Ventosa a Santo Domingo della Calzada.25 settembre.

Il risveglio della mattina è accompagnato da un insolito silenzio, è la prima volta che dormiamo in un posto con così pochi letti.
I due francesi vanno via che noi ci stiamo ancora stiracchiando e non sentire nemmeno una voce femminile mi suona strano.
Oggi dovremo fare i km che non abbiamo percorso ieri, quindi si rispetta la guida e dobbiamo arrivare a Santo Domingo della Calzada, ovvero circa trentamila metri più ad ovest.
Bene, il cielo è limpido nella sua aurora ma l'umidità si fa sentire e i diciotto euro a testa spesi per non dormire all'aperto hanno una valenza maggiore.
Faccio un paio di foto quando usciamo, il sole se ne sta ancora basso sull'orizzonte e sembra un piccolo buco bianco nell'infinito rosa sfumato del mattino.
Andiamo al bar del giorno prima e, sorpresa, bevo un caffè ottimo e cremoso, mi complimento con il tizio e poi esco fuori a fumare una sigaretta con Luca e Jo. Su uno dei tavoli esterni facciamo le prime chiacchiere con un coreano che abbiamo visto spesso nei giorni passati. Un tipo simpatico, con uno zaino particolare che sembra da alta montagna, almeno per quello che uno nato sul mare può capire di alta montagna.
Quando siamo tutti pronti, lasciamo il coreano ancora seduto e, con varie strette di mano, lo salutiamo.
Costeggiamo per un po' la strada asfaltata, poi ci inoltriamo nella più familiare e naturale pista in terra, facendo una sosta per delle foto idiote.
Avete presente quei cartonati che uno si mette dietro e di suo ha solo la faccia mentre il resto è dipinto o stampato sul cartonato stesso?
Ecco, in genere c'è dei supereroi o, nei parchi a tema, di qualche personaggio inerente. Qua invece c'è un pellegrino medioevale, con tanto di bisaccia da cui sgorga vino, nell'intento di bere, ovvio è pubblicità per una cantina del luogo.Luca e Jo in effetti sarebbero dei perfetti testimonial quando, a turno, li inquadro per la foto.
Dopo nemmeno altra mezz'ora di cammino,circondati da vigneti e sopraffatti da un cielo il cui azzurro è sempre più intenso, raggiungiamo uno degli ormai noti furgoncini tipo porchetta ma che di porchetta non sono.
Ollallà, e cosa sta fumando il tizio che lo gestisce? A Luca e Jo si illuminano gli occhi, i miei invece sono tipo luci stroboscopiche.
E insomma eh...e quindi... beh ti tratti bene per essere in una sperduta pista di terra battuta dai trattori sotto il sole.
Credo che i nostri sguardi traducano in morse quello che stiamo pensando, tanto che il tipo condivide con noi la sua"allegria".
Ed è contagiosa, maremma cane se lo è.
Sopratutto quando siamo raggiunti da un gruppetto di giapponesi e uno di loro canta con convinzione e sentimento una parte, la più difficile, di O'sole mio.
Esplosione di applausi, brindisi vari con caffè birra e acqua e poi si riparte.
Raggiungiamo Najera, ipotetica meta di ieri, dopo esser passati per il Poyo di Rolando, una collina che dà il nome alla leggenda omonima.
Mi/vi risparmio la scrittura/ricerca: Il poyo di Rolando
l'ingresso in città è preceduto da una via periferica dove prendiamo da mangiare in un supermarket, poi la stessa via ci conduce verso un ponte pedonale sotto il quale, sdraiati sull'erba fresca, consumiamo i nostri panini cullati dal mormorio del fiume davanti a noi.
Molto pericoloso, la pennica, quella subdola maschera della pigrizia postprandiale, è sempre in agguato, quindi alzarsi e attraversare il ponte per proseguire.
Alle spalle di questo paese c'è uno scialle di colline rosse come ocra che sembrano il set per un film di Sergio Leone, tanto da farmi fischiettare l'aria di '"Per un pugno di dollari".
Mentre mi diletto e camminiamo verso l'uscita di Najera, una tipa quantomeno singolare mi si avvicina e chiede dove sta un supermarket.
Le do qualche indicazione poi, dato che si presenta come una irlandese, lascio la palla a Jo, qualcosa mi stona di questa tizia.
In effetti è lei ad essere stonata, ma ce ne accorgiamo dopo, quando abbiamo già accettato di farla camminare con noi.
Non smetterà mai di parlare fino all'arrivo a Santo Domingo della Calzada, ma io me ne starò alla larga facendo gran parte del tratto da solo, andando avanti incastrato nei miei viaggi mentali.
Ad un certo punto Jo trova la scusa per mollarla agli altri, dicendole che deve aspettarmi visto che mi sono fermato causa pipì molto lunga.
Quando lo raggiungo mi guarda quasi pregandomi di non lasciarlo ancora con lei.
In tutto questo passiamo davanti a una sorta di palo, leggendo poi la guida scoprirò che era usato per legarvi poco simpaticamente i condannati a morte nei secoli scorsi.
Quindi per un tratto siamo io e Jo, mentre Paul e Luca si cibano le chiacchiere senza senso della tipa. Pare che volesse anche occupare la Casa Bianca con la bandiera irlandese.
Con Jo ci fermiamo per una pausa in un tratto campestre ricco di incroci e deviazioni a volte fuorvianti, lo facciamo all'ombra di un unico albero davanti a balle dorate ammassate una sull'altra che sembrano condomìni di fieno.
Ne approfitto per farmi un paio di foto, intanto João lo vediamo avanti, un minuscolo movimento all'orizzonte s'una strada che, in lontananza, diventa un filo sempre più sottile.
Paul e Luca sono dietro con la stordita, ma non tardano molto ad arrivare, e quando lo fanno io riparto.Ho questo difetto, se non sono in sintonia con una persona è lampante come un faro nella notte, non posso farci nulla.
Mi confermeranno poi che hanno valutato qualsiasi soluzione per levarsela di torno, compresa quella di farla fuori e gettarla in un fosso, ma non sarebbe stato nello spirito del Cammino.
Insomma, alla fine arriviamo alla meta giornaliera, con João che ha preso i posti per tutti, io piazzato secondo e gli altri a seguire dopo una mezz'ora.
Faccio un giro per l'albergue che è un'ottima struttura, dotato di più piani, con bagni separati per le donne e gli uomini, una grande cucina e un bel giardino dove si può fare il bucato e rilassarsi.
A proposito della cucina, guarda un po' chi c'è. Già, proprio Adrian, il cuoco della sera prima che stasera farà da mangiare per una trentina di persone, a pagamento però.
Praticamente lui tira su i soldi in questo modo, ha un cartello attaccato allo zaino che recita più o meno così.
"Sono un cuoco, se vuoi posso cucinare per te che sei pellegrino"
Si parte dall'aperitivo fino al dolce, per la somma di dieci euro a persona, chiaramente l'acquisto delle cibarie è compreso.
Fatti due conti, questo tipo si è guadagnato quella sera più di duecento euro, niente male per fare una cosa di cui si ha passione.
Noi ci cuciniamo da soli, a far la spesa vanno João e Paul, mentre Luca e Jo escono a cercare quell'allegria della mattina.
Ovviamente entrambe le missioni vanno a buon fine, e so che sarà una serata impegnativa questa.
Praticamente io non esco dall'albergue, tra una lavata di magliette e una mezza pennica attendo buono buono che sia ora di cucinare.
Alle 22 la cucina deve esser lasciata pulita e si chiude ma, questa sera, Adrian ha monopolizzato fornelli, forno, bombola del gas e accendini, quindi facciamo un po' tardi, però l'hospitalero vista la situazione ci lascia finire ben oltre l'orario canonico. Tra l'altro Luca e Jo hanno appuntamento con un rasta proprio a quell'ora, quindi mettiamo in scena una pantomima per farli uscire a quell'ora.Praticamente Jo fa finta di aver dimenticato il telefono in un bar, in seguito, molto in seguito, questo avverrà realmente.
L'irlandese è così calato nella parte che inizia a recitare quando siamo ancora in tre, oh Jo guarda che non devi convincere noi, aspetta un attimo.
Ad ogni modo la cosa funziona, così dopo aver mangiato e fatto i piatti scendiamo nel giardino a provare l'allegria del rasta.
Troviamo anche il "franzoso" cuoco, con il quale diventiamo cinque coppie di polmoni, e meno male aggiungo.
Questa non è allegria, è devastazione, ma di quelle buone, tant'è che con il cuoco inizio un discorso in inglese che non so nemmeno io dove mi ha portato, però rimango meravigliato da quanto ho usato bene la lingua di Albione.Al punto di obbligare la mia memoria vanga a non dimenticare la mia performance.Oh, son soddisfazioni eh.Ancora adesso rammento quella capacità di percepire ogni cassetto del mio cervello aprirsi alla mia necessità, non ho sbagliato un verbo o una parola.
Il problema arriva quando decido di salire e tornare al secondo piano nella camerata con Jo che segue la luce del mio cellulare come un cane molecolare e che, nonostante questo, dà una tibiata antologica su uno scalino.
Soffoco una risata che avrebbe effetti devastanti sul sonno degli altri, e con altri intendo almeno mezzo isolato intorno all'albergue, poi, prima di cadere nel nulla del sonno, sorrido soddisfatto per le ultime parole che ho detto ad Adrian prima di andare.
"Oh franzoso, ti saluta Materazzi"

On air








martedì 11 novembre 2014

"E se fossi suo figlio?".Da Logrono a Ventosa. 24 settembre.

Stamattina ce la prendiamo comoda, quando mi alzo saranno le otto scarse e Luca è ancora un tutt'uno con il sacco a pelo.
Mi preparo e sistemo lo zaino, poi vado nella camerata dove Gracia e Alicia stanno ancora dormendo. Cerco di non svegliarle quando le bacio per salutarle, invano.
La maggiore, Gracia, apre due bei occhi scuri che diventano subito umidi, non vorrebbe che partissimo ma anche lei deve tornare a lavoro nella sua città, Valencia.Mi abbraccia forte, poi tocca alla sorella scendere dal letto e sussurrarmi parole buone.Dico agli altri che li aspetto fuori, anche Federika partirà oggi per far ritorno a Berlino e insieme scendiamo le scale per farci una sigaretta all'aperto.
I ritardatari saranno Luca e Jo, con quest'ultimo non messo benissimo sui polpacci, nel frattempo il portoghese e il catalano raggiungono me e la berlinese insieme alle due sorelle.
Attendo qualche altro minuto, poi informo João che intanto andrò avanti.Abbraccio le tre donne senza mostrare una commozione che invece sento salimi fino alla gola.Non è un addio, da qualche parte, in qualche tempo futuro, ci rivedremo.
M'incammino senza voltarmi, dopo una ventina di metri sento Federika che mi saluta nel modo in cui mi ha chiamato la prima volta, Feibi, aggiungendo "no pain, no gain".Senza sofferenza non c'è ricompensa, una delle prime cose che le dissi mentre camminavamo.
Devo girarmi e aprire le braccia, dopo aver mandato un bacio in quest'aria spagnola poi, quello che vedranno, sarà solo uno zaino con le gambe che si allontana.
L'uscita dalla città non è semplicissima, devo chiedere almeno tre o quattro volte prima di vedere qualche freccia o conchiglia. Non è semplice ma porta verso un parco appoggiato intorno a un lago, faccio foto a papere, anatre e cigni, attraverso un breve tratto che sembra un bayou della Louisiana, con rami d'alberi inzuppati nell'acqua e gracidare di rane sparso nell'aria, infine raggiungo una sorta di chalet dove mi fermo per un'oretta buona.
Oggi il mio umore è altalenante, per questo ho deciso di fare questo primo tratto da solo.
Ad ogni modo, dopo una buona colazione, una visita al bagno e una sigaretta, mentre attendo che il mio telefono mandi un video a Simona, conosco un signore di circa ottant'anni.
Se ne sta seduto sulla veranda esterna dello chalet, quando gli passo vicino mi augura Buen camino, così è inevitabile fare due chiacchiere.
Si presenta dicendo che il suo nome non è usuale, si chiama Amable, e continua affermando che cerca di portarlo con giusta causa, parlando e passando il tempo con i pellegrini che fanno pausa li.
Non ricordo di dove fosse, ma si è trasferito a Logrono parecchi anni fa e non si è più mosso, anche perché la moglie non ama mettere il naso oltre qualche km di distanza.Il suo Cammino è li, fermo nel movimento degli altri, lo assapora in questo modo, chiedendo da dove si è partiti, che tempo si è trovato, dove si intende arrivare e da quale parte del mondo si proviene.
Voglio farmi una foto con questo nonno, a cui somiglio un po' per via del candore delle nostre barbe, accetta con piacere, poi faccio per salutarlo e rimettere le mie cose nello zaino quando arrivano gli altri quattro.
Ok, ora camminiamo insieme, nonno Amabile mi ha dato la giusta positività.
Rimetto giù lo zaino, tra un bocadillo e qualche foto che Jo vuole con me passiamo altro tempo su questa riva di lago sotto un sole quasi estivo.Conosco anche un altro irlandese sopra i settanta che si fa sciogliere un gelato in mano per quanto parla.Mi racconta di suo padre, che è stato in non so bene quale campo di battaglia nella seconda guerra mondiale, e mi fa ricordare mio nonno che se l'è fatta in Grecia, e di uno zio di mio padre, di cui ho ancora le lettere spedite dai campi di prigionia alla moglie.
Queste chiacchiere mi fanno sentire fortunato ed è con questo spirito che riprendo lo zaino invitando gli altri ad andare.Oggi dovremmo fare una trentina di km e siamo praticamente appena usciti da Logrono.
Ricominciamo tutti con qualcosa nello stomaco e affrontiamo una pendenza niente male, poi ci avviciniamo a Navarrete costeggiando una rete metallica a lato dell'autostrada, piena di croci in legno lasciate da chi ci ha preceduto. Io e Jo siamo poco più avanti degli altri, ne approfitto per riprendere la storia che mi raccontò quella notte a Pamplona.Voglio sapere di più, la Storia, perché anche quella lo è, mi attira da sempre e la sua, di storia, ha tutta l'aria di poter essere una parte del mio diario di viaggio.
Prima di iniziare con le domande gli chiedo se potrò scrivere quello che mi ha detto e dirà, è una forma di rispetto che avrò con tutti coloro i quali mi racconteranno una parte della loro vita.Come tutti,mi dirà di si ma stando attento al modo.Alcune ferite, per un popolo, è difficile si rimarginino.
Mi racconta dei suoi anni dai 15 ai 18, di come sia stato partecipe di quella protesta e in che maniera, di quando è stato arrestato e dei tre anni di galera.Delle botte subite ogni giorno nelle carceri di Belfast, e del suo silenzio.La mia memoria fa gli straordinari, non posso dimenticare una testimonianza del genere, seppur assimilata in inglese.
Ancora oggi, ho negli occhi quelle centinaia di metri dove abbiamo camminato e parlato.
Interrompiamo le chiacchiere quando gli altri, allungando il passo, ci raggiungono e, insieme, raggiungiamo i resti di un hospital per pellegrini del 1100.La località si chiama San Juan de Acre, poco dopo entriamo in Navarrete.
Visitiamo la chiesa del paese poi, a causa di due polpacci ormai rossi come ferro in una fornace, portiamo Jo in presidio medico.
Paul fa da traduttore e Jo viene portato in una stanza dove avrà due iniezioni.Quando usciamo dal posto, decidiamo di buttarci su un prato a mangiare qualcosa.Sono quasi le sedici quando riprendiamo, Jo sta meglio ma non alla grande, Luca ha sempre male ai tendini e io dico sempre cazzate lungo il cammino.
Usciamo dal paese passando a fianco al cimitero dove fuori, seduti su una panchina, c'è una coppia che abbiamo già incrociato nei giorni passati.Lui ha appena preso una chitarra e João ci fa ascoltare un fado portoghese, dopo averli ringraziati e fatto un video c'incamminiamo ancora.
Ci rendiamo conto che si sta facendo tardi e i due "malati" non possono andare più veloce, così decidiamo di non raggiungere Najera ma fermarci a Ventosa.
Buco di nemmeno 100 anime, è un paesino dove c'è un unico albergue che raggiungiamo verso le 18.Io entro un attimo, poi lascio parlare João e Paul con chi lo conduce, attendendo fuori insieme a Jo e Luca stravaccati in strada.Sono esausti e la notizia che ci arriva non migliora le cose.
Tutto pieno dicono il portoghese e il catalano.
Ok, andiamo a comprare qualcosa da mangiare, faccio io, ma no, l'unico posto dove vendono qualcosa è questo albergue e non può venderci nulla se non abbiamo il posto letto.
Cazzo cazzo cazzo! Non abbiamo da dormire e nemmeno da mangiare? Ma che minchia vuol dire?
Calma, ci vuole calma, dico a João se può andare a sentire il parroco della chiesa, magari è parente di quello a Bayonne e ci aiuta.
Ok il portoghese parte e torna dopo una decina di minuti.Una cattiva e una che può(attenzione, può) esser buona, ci dice a proposito delle notizie che porta.Dai, iniziamo con l'amaro, sputa João!
Il prete non c'è, viene una volta a settimana, dice.No dai, è una presa per il culo vero?Cioè qua oltre a non avere un alimentari e far la spesa la mattina dall'ambulante che alle nove ne va, hanno pure il prete a turni?
Chiaro che oggi non c'è, bene andiamo con l'altra, ovvero una tipa che affitta una casa privata, cinque persone 90 eurozzi.
Ma siamo a Ventosa o a Tortuga, chiedo io facendo riferimento a un'eventuale benda su un occhio tipica dei pirati, a causa del prezzo.
Qui inizia un conciliabolo se accettare o meno il ricatto e Luca,chiaramente, propone subito di dormire fuori.
Fuori eh, bello, di sicuro con un certo romanticismo peones, e anche da pellegrini maledetti, ma vaffanculo c'è un'umidità che domattina dovremo usare le istruzioni per rimontarci le ossa.
Esprimo così il mio pensiero a riguardo, e poi fuori dove, che nemmeno una stalla vediamo in giro.
Arriviamo al punto che la questione merita di esser dibattuta davanti a una birra, così andiamo nell'unico bar del paese, dove tra l'altro c'è il contatto con la pirata.
Jo, davanti alla bevanda bionda dice che paga tutto lui, noi ci opponiamo fermamente, poi la votazione decide che prendiamo la casa.Ora resta la questione cibarie.
Il bar fa da mangiare, ovvio, ma spendere altri dieci euro a persona ci riesce dura.Porto Paul con me, a cercare qualche autoctono che ci faccia da tassista fino al paese precedente, così da far spesa e dare qualcosa per il disturbo.Niente, nemmeno in Io Sono Leggenda c'è questa difficoltà, ma siamo a Ventosa, paese di cento anime in estate.
No,nel caso qualcuno non lo ricordi.
Torniamo dentro senza buone notizie poi, a me, il concetto di essere discriminato in questa esperienza non va giù, ma proprio per niente.
Guardo gli altri e dico loro che torno all'albergue per chiedere spiegazioni, di aspettarmi per andare nella (presumibile) topaia che ci hanno affittato.
Lungo il breve tratto monto la famosa faccia da culo, quella che in certe occasioni viene utile.
Entro nell'albergue e trovo i due coniugi proprietari e la tizia di mezza età che presumo lavori lì. Parlo con lei, in inglese le chiedo di voler comprendere il perché, senza tono polemico ma con gentilezza.Risponde che per legge non si può, che comunque devo chiedere all'uomo presente. Uso un italiano lento e frammenti di uno spagnolo acquisito in questi giorni, ovvero il nulla.
Mi risponde che non può vendermi da mangiare perché non ha licenza, e fa capire che in paese potrebbero fare una spiata al fisco.Da buon italiano comprendo che la spiata potrebbe venire solo da chi guadagna dando da mangiare ai pellegrini, ok tutto chiaro.
Al primo tentativo, dove propongo di uscire con la merce nascosta o di passare con il favore delle tenebre, mi va male, anche paventando la leggendaria omertà italica.
Mhh, ok dov'è la faccia da culo? Eccola qua, riprovo e stavolta mi gioco il jolly come in Giochi senza Frontiere.
Guardo il tizio baffuto che continua a scuotere la testa in un diniego poi, quando parlo, ferma il suo mantra negativo.
"Ma se io fossi suo figlio, e avessi fame, sarebbe contento se mi negassero la possibilità di acquistare del cibo?"
Questo volevo dire ma, alla parola fame, lui comprende il senso e,con le mani poggiate sui fianchi, fissandomi, dice "prendi quello che vuoi, va bene".
Torno di corsa al bar, raccatto Luca e il mio zaino, faccio cenno agli altri che va tutto bene, loro mi guardano come se avessi le squame sulla pelle e il naso da ornitorinco, andiamo di nuovo dal tizio, prendiamo pasta, sugo pronto e pane, il tipo ci fa anche lo sconto, lo abbraccio come si abbraccia un padre e vedo i suoi occhi inumidirsi, nascondo il cibo nello zaino come un trafficante colombiano e, finalmente facciamo ritorno al bar.
Il tutto in sette minuti scarsi.
Al tavolo, gli altri tre attendono perplessi una spiegazione, io taglio corto dicendo a João e Paul di attivarsi per la casa, qua ci sono troppe orecchie indiscrete e l'inglese lo possono capire.
Con Jo e Luca rimaniamo a finirci la birra e dopo una ventina di minuti andiamo anche noi alla probabile topaia.Spero solo che almeno ci sia una cucina decente e pulita, se poi dovremo dormire in terra, amen, almeno abbiamo un tetto sulla testa.
Mentre elucubro in questo tardo pomeriggio spagnolo, João mi fa una telefonata. Hanno incontrato due ragazzi francesi che dormono fuori e ha detto loro che possono accamparsi nella topaia. Ovviamente dico che va bene, e incontriamo questi due "franzosi" lungo la strada che vanno a prendere qualcosa da mangiare dal baffo.Uno di questi due può acquistare, dato che ha il posto letto nell'albergue.
Ok, ci vediamo tra poco,faccio io, e intanto João ci viene incontro con un sorriso che sembra finto. Bene, la casa non è una topaia ma bellissima, ha due bagni, una cucina enorme e letti comodi, un giardino con amaca su cui si affaccia una vetrata che racchiude una sala dove mangeremo, pavimenti in parquet e muri a vista come le travi sul soffitto, un grammofono, libri e un arredamento davvero bello completano il tutto.
Che culo!
E uno dei due francesi cosa fa nella vita?Il cuoco!
Doppio culo, indubbiamente.
O è il Cammino a premiare la positività?
Risposte che ora non ci interessano, siamo contenti, facciamo una doccia rigenerante e Adrian, il cuoco, intanto cucina, c'è anche un'argentina a cena con noi, ma lei dormirà in albergue.Per ospitalità, durante la cena, ascolteremo in sottofondo i Gotan Project.
Passiamo una serata rilassante, a me vengono in mente Francesca, Gracia, Alicia e Federika, sarebbe stato perfetto con loro, anche se a noi maschietti sarebbe toccato dormire in terra, ma ci sono coperte in abbondanza e, se avessi potuto, avrei preferito così.
Mi viene in mente anche Mike, e Gilberto, e Sua e Pierpaolo, persone che mi hanno dato della buona energia, da cui ho ricevuto più di quello che mi sarei aspettato, che sebbene abbiano il loro cammino, egoisticamente vorrei camminassero ancora con noi.
Laviamo i piatti e poi ci fiondiamo nei letti, almeno chi può.
Prima di farlo, mi fumo una sigaretta davanti a una notte fresca e stellata.C'è un silenzio surreale e il fumo che espiro è l'unica forma di nuvola nell'aria ferma.
In quel momento, mi trovo a sorridere al buio per quello che sto vivendo.

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martedì 4 novembre 2014

La notte in più. Logrono.23 settembre.

Giù dal letto, che la caserma deve esser pronta per gli altri che verranno oggi.
Mi alzo con questo pensiero, sentendo gli ordini abbaiati in stile Sturmtruppen dalle gentili signore dell'albergue.Il secondo pensiero è non ripetibile,in quanto causato dal mio tendine destro quando appoggio il piede a terra.Ma sarà una buona giornata mi dico e, in quel momento, non so quanto avrò ragione.
Muy bien hombre, diamoci una sistemata e raggiungiamo gli altri di sotto.
Li trovo già pronti per trasferirsi nell'albergue dove sono Gracia e la sorella, ha un codice a cifre fuori dall'ingresso e gongoliamo al pensiero che stasera non abbiamo orario di rientro.Quello che si dice "true pilgrim style".
Un caffè veloce e poi via a prender posto, facendo le cose con calma, preparando già il letto per una pennica pomeridiana, confabulare sul da farsi e poi andare a fare una vera colazione.
Le due sorelle io, Luca e João ci troviamo così in un bar, gli altri, esclusa Francesca che è partita per Najera, la prossima tappa, sono a riposare.Jo ha anche un bel paio di polpacci rossi, merito di punture d'insetto a cui è allergico.
Approfitto della colazione per mandar giù una pasticca d'ibuprofene per il mio tendine poi, dopo aver fatto la spesa e tornati, aggiungerò una spalmata del miracoloso balsamo di tigre.
Ogni volta che si entra in un albergue, tra i vari odori c'è anche questo, pungente e che permea di sottofondo tutto il resto.
Ok, sono nemmeno le 12, al supermercato ho comprato anche una saponetta e lamette da barba, quindi andare a lavare due stracci e radersi per una ventina di minuti.Le lamette sono penose, d'altronde per 0,85 centesimi ( confezione da dieci pezzi) è già tanto che non mi si smontino in mano.
E ora che faccio? Esco a fare un giro o mi imbusto?
Buona la prima, cosi mi trovo per il centro città a visitare una chiesa e a fare foto come un turista qualsiasi, però con maglietta tecnica, calzoni corti e infradito.
Impegnato, come un giapponese davanti al colosseo, sento squillare il telefono, la berlinese mi sta chiamando e ci diamo appuntamento per uno spuntino prima di pranzo in un bar della piazza dove c'è sempre vita.
Detto fatto e siamo seduti in attesa di un caffè un cappuccino e una brioche.Ho voglia di zuccheri.
Con Federika passiamo quasi un'ora a chiacchierare pigramente e scambiandoci impressioni su questi giorni catapultati in un altro modo di vivere.Le chiedo se vorrebbe continuare, dato che oggi è la sua ultima sera, mi risponde che le dispiace molto lasciare, che avrebbe bisogno di più tempo in effetti.Poi parliamo degli incontri fatti e io accenno a Mike. Le chiedo se l'ha visto, lei è partita da Pamplona, mi risponde di no, d'altronde lui si è fermato un paio di giorni.
Pago il conto dicendole che è un peccato, le sarebbe stato simpatico e concludo che mi farebbe piacere avere sue notizie prima di terminare il mio cammino a Burgos.
Esiste RadioCamino, un tam tam tra i pellegrini che porta le notizie con la stessa velocità dei tuoi passi, spesso chiedi, a qualcuno che hai intravisto, notizie su qualcun'altro e scopri che chiedono anche di te, di come stai fisicamente, a quale distanza ti trovi.È come scrivere una lettera di carta e spedirla con i metodi del  '700, non sai quando e se arriverà, altrettanto per una risposta.
Torniamo che bisogna ancora preparare il pranzo, non c'è fretta e João è andato a fare un salto dove abbiamo dormito ieri sera, causa dimenticanza infradito.Io ne approfitto, lui e Luca son deputati alla cucina, andando sul letto a scribacchiare un po'.Passa nemmeno mezz'ora e il portoghese mi raggiunge in camerata con una faccia seria.Chiede di parlarmi in privato, gli dico che qua siamo io e lui e forse qualcuno su un letto venti o trenta posti più in là, che può parlare.Niente da fare, dobbiamo andare fuori, è importante.
Stanno bombardando il cammino? Qualcuno ha tirato le cuoia?C'è un invasione aliena o semplicemente si è scotta la pasta?
Insomma João, che cazzo è successo per farmi fare due piani di scale e avere una faccia da foca triste?
MAPPORCADIQUELLAPUTTANA!!
GRANDE MIKE!!!
Me lo trovo seduto e gli altri attorno per vedere che faccia avrei fatto a questa sorpresa.
Credo di avere un occhio che piange ridendo e l'altro che ride piangendo.
Sono contentissimo e anche sbalordito, un'ora fa ne stavo parlando e ora questo fottuto svizzero dalla testa dura è qui.
Minchia, la Carrà avrebbe fatto audience con me!
Insomma un dieci minuti dove chiediamo come è andata negli ultimi giorni, quanto si ferma e l'obbligo a mangiare con noi.
Ok, sappiamo che c'è anche Sua, e l'andiamo a salutare nel gulag di ieri sera,Mike dorme in un hotel e João l'ha incontrato mentre lo svizzero accompagnava la coreana.
Tutti felici, tutti contenti ed è un peccato che Francesca abbia lasciato il gruppo, ma il cammino è così, ti offre aperture ogni giorno, sta a te decidere cosa fare.E poi, sempre su questa strada si sta, è probabile rivedersi.
Bene, c'è da organizzare per stasera, ne parliamo a pranzo, decidendo di fare una pennica pomeridiana e poi, verso le 18, incontrarsi per far festa.
La serata sarà fantastica, un continuo di risate e buoni pensieri accompagnati da ottimo vino e bei momenti, come quando abbiamo preso da un ambulante un bracciale per Federika, che ci ha ringraziato con una gran luce negli occhi, o come quando tutti, a turno, hanno scritto un pensiero sulla mia moleskine, nella propria lingua.
Attestati migliori di qualsiasi laurea, non aggiungo altro.
Oppure il pezzo Dirty old town cantato da João e Jo, un omaggio al verde giardino d'Europa, mentre eravamo ancora seduti a cena.
Dopo, tutti a ballare in una delle piazze con concerti dal vivo di gruppi spagnoli. Non ci capisco una beata minchia ma mi diverto e ballo come non accadeva da quindici anni.Arriva birra da mille mani diverse e, quando torniamo all'albergue, lungo la strada son risate sommesse e abbracci sparsi, così, tanto perché si è contenti.
Salutiamo Mike che se ne va nel suo hotel, sappiamo  davvero sarà l'ultima volta visto che non sa ancora se continuare o fermarsi del tutto.Intanto si prenderà due giorni di riposo anche qui, le sue vesciche hanno deciso in questo modo.
Dentro l'albergue c'è un chiostro, chiaramente non andremo a dormire, certo che no, sono solo le tre meno un quarto.Quindi altro giro di sigarette cercando di parlare piano e ridere ancora più basso.
A giudicare da come siamo stati apostrofati alle tre e mezza, da un'italiana che è scesa grazie al nostro vociare, pensiamo che il parlare basso non rientri nelle nostre virtù.
Ce ne andiamo a letto come liceali in un giorno di gita, contenti di quello che abbiamo avuto e di quello che avremo, anche se domani sarà un giorno senza qualcuno.
Mi scopro a pensare che Francesca mancherà. O sarà la sua abilità nel fare lavatrici?
Il giorno dopo sentirò anche la mancanza del suo bagnoschiuma, dato che dimenticherò qui la saponetta comprata oggi.Again.

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